Il dolore che ci appartiene

Il dolore che ci appartiene



E’ importante prendersi una pausa ogni tanto, fermarsi volontariamente per dedicare un po’ di noi stessi a qualche persona cara, ad un conoscente, un familiare e, in questo momento di ascolto, sentire con chiarezza la distanza che ci separa da quella presenza e avvertire tutta la sofferenza raccolta in quel viso, in quella persona e in tutto quello che ci ha uniti. L’attenzione su di se è uno strumento di precisione, ci fa avvicinare così tanto a quella che è la radice di tutto, da permetterci il distacco da noi stessi e dagli altri, da farci entrare fino nelle profondità sconosciute dove un dolore sordo si agita e cerca disperatamente di farsi notare.

Avvicinandoci di più, con l’obbiettivo spietato di portare fino in fondo la nostra osservazione, possiamo sentir sparire tutta questa sofferenza, possiamo sentire il dissolversi della pena nel momento esatto in cui l’abbiamo riconosciuta come nostra. Arriva la comprensione che questa sofferenza ci appartiene.

Allora la funzione degli altri, e di tutto quello che si trova nel mondo, è quella di esserci da guida per entrare nelle parti meno battute di noi stessi. Se riuscissimo comprendere la responsabilità che abbiamo dentro di noi e qual è la radice ci tutto quello che accade fuori, sicuramente avremmo l’attenzione necessaria affinchè il nostro dolore, non venga di riflesso vissuto da tutti quelli che incontriamo e da tutte quelle persone care che ci appartengono. Esatto, quella sofferenza che involontariamente iniettiamo nel nostro essere e che ci governa per tutta la vita, è il germe di un’infezione che tocca tutti quelli che ci stanno vicini, è il colore che diamo ad ogni istante vissuto. Siccome è presente sempre, tranne che in quei pochi momenti di attenzione di cui abbiamo appena parlato, finiamo per non riconoscerla più, sicuramente anche adesso, la convinzione di non essere portatori sani di questa malattia ci farebbe dire – scusa, ma di quale dolore parli? Tutto va abbastanza bene…. Ed in quell’abbastanza, come un vaso di pandora c’è la nostra pena.

Trascorriamo la vita intera con questa cornucopia sempre abbondante di preoccupazioni, sventure, accidentalità, che ci tengono occupati in ogni istante e ci facciamo schiacciare da una forza che è doppia rispetto alla legge di gravità, che impedisce all’essere di crescere armoniosi, alla felicità di dilagare e, finalmente leggeri, di volare liberi. Sono parole inutili perché nello stato in cui siamo possiamo solo strisciare con la pancia a terra e con lo sguardo fisso al suolo. Il dolore che ci appartiene è la nostra identità, lo amiamo e arriviamo persino a difenderlo, guai se ci venisse tolto dall’esterno, ne cercheremmo l’aroma familiare e come dei drogati avremmo crisi di astinenza incontrollabili. Ecco perché tanta sofferenza nel mondo, ecco perché non esiste niente che possa eliminarla dall’esterno se non attraverso l’espressione di una volontà, attraverso la gestione del dolore che porta alla sua eliminazione.

Allora se siamo animati dal desiderio di cambiare lo stato attuale delle cose ed è chiaro che tutti vogliono cambiare il mondo c’è chi lo fa attraverso le ideologie, con l’uso della forza, chi con le invenzioni o con l’amore, ecco che la chiave passa prima per noi stessi, andare a caccia del dolore in noi per evitare di riversarlo a cascata ovunque. Con quest’attitudine ci fermiamo e risaliamo all’origine di questa pena, la scoperta che ne consegue è disarmante, il dolore non esiste, si sgonfia come un palloncino e ricade su se stesso, svanisce perché è fittizio, con questa consapevolezza possiamo provare a visualizzare una persona che conosciamo, proviamo a sentirne il dolore in noi, circoscriviamola e scrostiamo ogni forma di dolore interno, dopo aver fatto questo, potremo osservare che la manifestazione di questo nostro amico si modifica, la persona si allinea con gli accadimenti e la vita le risulterà più armoniosa. Sentiremo in noi il rammarico per non essere riusciti a gestire il nostro dolore e per essere stati causa involontaria delle pene di tante persone. Ascoltando i discorsi delle gente ed il racconto delle loro sofferenze, guardando le migliaia di immagini legate al dolore che vediamo senza interruzione sullo scenario presentato dai media, potremmo con lo stesso stratagemma riversarli in un unico contenitore e, senza sentirci sopraffatti da tanto dolore, con la luce della comprensione, potremmo renderci conto che sono originati da un'unica e sola pena, da una ruga che appare sulla nostra fronte, dalla piega amara che sposta all’ingiù gli angoli della nostra bocca.

Ecco, ma come è possibile non sentirsi schiacciati dalla mole di questo peso? Una possibilità è quella di restare sordi e ciechi a tutto e continuare questo sonno popolato da incubi e che sappiamo già essere senza risveglio, la possibilità più entusiasmante e proattiva è quella di fermarsi e affrontare con decisione la battaglia. Il primo gesto concreto è quello di non cadere nella trappola dell’accusa verso un ipotetico “esterno”, nel rifiutarsi di credere che siamo attorniati da esseri malvagi e smettere di lamentarci per la nostra cattiva sorte. Senza queste lenti deformanti l’idra dalle migliaia di teste che si riformano ogni volta che ne tagliamo una, diventa il fantasma di un pigmeo, che si dissolve in un soffio. Ora, la stessa visione portiamola verso quello che ci appartiene, amici, familiari, conoscenti, sconosciuti… una processione di frammenti dispersi che iniziano ad avere una direzione precisa, l’assenza di dolore. Questo è il momento per realizzare quanto sia inutile la sofferenza e inizia ad esserci la forza per liberarsene.

Se realizziamo che noi siamo la causa e i creatori di ciò che ci circonda, responsabili degli eventi che produciamo attraverso i nostri stati d’essere, come è possibile entrare nel rimpicciolimento dell’identificazione con una sola delle nostre creazioni? Eppure questa è l’unica emozione che riusciamo a provare, ci vogliamo credere, ci sentiamo vivi solo se siamo identificati, ci rendiamo uguali, a quello che abbiamo creato, come un regista che dopo un film sul medioevo se ne andasse in giro vestito con l’armatura… In questa ricerca verso l’esterno che sostituisce la ricerca verso se stessi, ci disperdiamo e del perdere il controllo ne facciamo un culto, il cosiddetto svago o staccare la spina determinano una dipendenza continua da fattori esterni, che genera assuefazione noia e infelicità. Allo stesso modo, la ricerca verso l’eliminazione del dolore interno, libera una gran quantità di spazio che è un primo assaggio della libertà completa dall’identificazione e che conduce alla sorgente di ogni felicità, interna ad ogni essere umano e che gli appartiene per diritto di nascita. In questo vuoto, noi ci sentiamo a disagio, lungi dall’apprezzarlo entriamo in uno stato di afasia, per questo la libertà non può essere data dall’esterno a nessuno, nemmeno può accadere accidentalmente, è il risultato di uno sforzo volontario e consapevole.

Allora la soluzione è chiudersi in un eremo e eliminare i contatti col mondo esterno? È impossibile, è il frutto di un’altra bugia, un uomo che raggiunge lo stato di libertà dall’identificazione può vivere ovunque, fare qualsiasi cosa con la consapevolezza che si tratta di una recita, sentimenti quali l’odio, la gelosia, la passione ecc. sono lì per essere recitati in uno stato di libertà. Proprio quello che non vogliamo. Il fatto è che nonostante i lamenti e le accuse, i rovesci e i fallimenti, le guerre e la microcriminalità, a tutti piace essere così, nessuno fa niente per cambiare realmente, tutti ad aspettare che “gli altri” cambino.

Un istante di lucidità e la visione della cella di pochi metri in cui siamo inconsapevolmente reclusi ci sconvolgerebbe, o ci farebbe prendere coscienza delle sbarre che abbiamo posto alle nostre finestre.

Allora la voce di chi risplende ogni mattina e va nel mondo portando la stessa luce è avvertita con un senso di colpa, che si intensifica proprio quando vorremmo identificarci ancor più, nelle nostre giustificazioni possiamo avvertire l’eco della cattiva coscienza che ci tiene prigionieri… essere cattivi etimologicamente è essere imprigionati, in questo senso siamo tutti bravi a farci del male. Ascoltare quella voce è un fastidio ancora più forte, dimentichiamo troppo spesso che sotto quell’ala abbiamo ricevuto la protezione per entrare nel mondo senza le preoccupazioni che frenano il volo, siamo stati sottratti alla noia dell’esistenza che inaridisce ogni sogno, succhiando via una vita dopo l’altra, rifiutiamo gratitudine e rispetto per chi ci ha rivelato la visione stessa degli dei, il mondo sei tu, sei tu il creatore di ogni cosa, il mondo esiste perché ci sei tu.

In quest’atto di noncuranza il fiume inarrestabile delle mille morti quotidiane riprende la sua corsa interrotta per pochi (troppo pochi) istanti. Si ritorna alle nostre ferite e alla meccanicità quotidiana, occupando ruoli che sono come veli, messi lì per nascondere il vuoto della nostra ricerca e della nostra aspirazione. La voce di chi ha già fatto questo lavoro è un richiamo costante e amorevole verso chi dovrebbe aver scelto lo stesso percorso… dovrebbe, perché poi all’atto pratico nessuno aspira a mettere il piede sopra ed andare oltre, ci accontentiamo di quello che siamo e continuiamo a rispondere alla domanda _come va? Abbastanza bene…

Ma quando ormai non sarà più efficace il richiamo, interverrà la vita nel modo a lei consueto con il carico di doni che già conosciamo, malattie, guerre, fallimenti, incidenti, disastri naturali e nei casi più recidivi la morte, game over!

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